Io, Robotto. La recensione della mostra di Milano

A Milano, in via Procaccini, presso la Fabbrica del vapore, è arrivata Io, Robotto. Cosa è Io, Robotto? E’ la mostra visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 19:30, tolti il lunedì in cui apre dopo e il giovedì e il sabato in cui si chiude più tardi, dal 1° di ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, a tema robotica, al costo di quattordici euro per biglietto intero (qui tutte le info). Si sa, noi videogiocatori spesso abbiamo più di un problema con l’intelligenza artificiale, vuoi perché troppo sveglia e troppo brava a metterci i bastoni tra le ruote, vuoi perché irrimediabilmente deficiente, e dunque capace di compromettere il livello di sfida nel caso l’IA sia nemica, oppure di portarci rapidamente al game over, senza particolari colpe, nel caso sia alleata. Dunque ci è sembrato il caso di fare un salto nella capitale lombarda e approfondire l’allestimento, curato dal giornalista Massimo Triulzi e dedicato allo scomparso Valentino Candiani, artista e fotografo milanese a cui ci uniamo nel ricordo. A lui si deve l’immaginario iconografico dell’esposizione, alla ricerca del lato umano della macchina.

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Un nome, una garanzia

Cominciamo allora dal nome della mostra, sottotitolata Automi da compagnia. Proviamo ad andare oltre il riferimento al celebre testo di Isaac Asimov, poi diventato pellicola con protagonista Will Smith e la regia di Alex Proyas – sappiamo tutti che Io, robot stabilisce le tre Leggi fondamentali della Robotica, con la fantascienza che anticipa la realtà. Perché fantascienza non è prevedere la macchina, ma il traffico, come diceva qualcuno.

Di riferimento, dicevamo, ce ne è anche uno più nascosto, meno banale. Ciò a cui abbiamo assistito è infatti una galleria di “robotto”, traduzione in lingua giapponese del termine (di origine ceca) “robot”, traduzione in cui perde le accezioni meccaniche e tecnologiche e diventa “kawaii”, cioè carino, adorabile, amabile. E’ una macchina che assume un compito sociale, quello di intrattenere, di fare compagnia. E pure aspira a diventare uomo, a prendere coscienza di sé come il caro Pinocchio di Collodi. In definitiva è “Io”, Robotto.

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Io, Robotto

Un piccolo appunto che vuole essere simpatico, perché gli inconvenienti capitano a tutti, ci mancherebbe. Pronti, via siamo arrivati in biglietteria e la stessa, collocata accanto a uno stadio di discrete dimensioni popolato dai robottini della Tim che vediamo ballare tra una partita di calcio e l’altra sulle note di Mina, non funzionava. A quanto pare si è trattato di un guasto a livello nazionale che ha impallato tutto. Fatto sta che dopo qualche tempo siamo riusciti finalmente a entrare, grazie all’impareggiabile tecnologia dei biglietti fatti a mano. Il “robotto” che toglie le castagne dal fuoco stampando ticket, a quanto pare, non ha risposto presente. E nemmeno quello che ti porta su e giù per coordinate spaziali prefissate (vedi anche: l’ascensore) era utilizzabile.

Vabbè, però appena abbiamo cominciato il nostro percorso abbiamo trovato Emiglio e, porco boia, con Emiglio è notoriamente meglio tutto, per fortuna. Dunque bene così.

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Abbiamo quindi cominciato il nostro percorso, arricchito da un totale di centoquindici automi che hanno fatto la storia della robotica da compagnia, raccontati in diciassette aeree tematiche. Raccontati, giusto precisarlo, da altrettante Alexa, noto assistente intelligente di Amazon, che è pure lo sponsor principale della mostra. Nel corso dell’esposizione, gli spazi hanno ospitato e ospiteranno conferenze a tema con cadenza settimanale, workshop, showcase e sezioni didattiche e interattive, qualcuno pure a tema videoludico.

La mostra Io, Robotto nasce come percorso espositivo prevalentemente storico e tecnologico, ma inevitabilmente mette al centro anche la nostra umanità. I robot nascono dalla mano dell’uomo e sono concepiti per essere utilizzati dallo stesso, dunque sarebbe impensabile non vedere la macchina in un’ottica antropologica. Abbiamo visto automi nati come ausilio medico nella cura dell’autismo o come sostituto di quell’animale domestico impossibile da ospitare, oppure, anche se solo nella finzione, immaginati come un gigante combattente per la protezione del genere umano. Gli input potenziali sono davvero molti, tra letteratura, cinema, fumetto, biomeccanica, scienza, antropologia, sociologia, robotica e tanto, tanto altro ancora. Peccato che il tutto sappia un po’ troppo di occasione sprecata; non fraintendeteci, ci ha fatto un sacco piacere gettarci tra i nostri giocattoli che furono, tra Emiglio, Furby, Gundam e altri ancora, ma, ecco, abbiamo trovato la declinazione commerciale soffocante rispetto a tutto il resto.

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Alla fine, ci vado o non ci vado?

La risposta alla fine di questa “recensione senza voto”, un po’ particolare, non è così semplice. Io, Robotto offre svariati incontri tematici e altre attività simili, che sono fondamentali per arricchire una mostra altrimenti un po’ scarna e decisamente poco interattiva, se pensiamo a ciò che tratta. A meno di non soffermarvi ogni due per tre, in mezz’oretta l’avete girata tutta (sempre meglio di quelle che durano sette ore e mezza e fanno gioire alla vista dell’uscita, ci mancherebbe). Ma è anche questo troppo poco a fronte dei quattordici euro richiesti per l’ingresso, un mezzo sproposito. Se vedete qualche incontro che vi interessa, il gioco potrebbe valere la candela. Però il consiglio più sincero è quello di vedere Io, Robotto come un contorno a una portata principale, che può essere una visita al Duomo, all’Arco della Pace o anche al vicinissimo Monumentale, il cimitero, che monumentale lo è per davvero. Senza alcun ausilio di intelligenze artificiali.

Dario Caprai
Non capisce niente di videogiochi ma, dal momento che non lo sa, continua a parlarne, imperterrito. Tanto è vero che il tempo preferisce passarlo a scrivere, a leggere, a vedere un film, a seguire e praticare sport, a inveire per il fantacalcio, a tenersi informato su tecnologia e comunicazione piuttosto che con un DualShock in mano. In tutto questo è, però, uno degli admin di PlayStationBit da tempo ormai immemorabile.