Sviluppatore: Dontnod Entertainment Publisher: Square Enix Piattaforma: PS4 Genere: Avventura Giocatori: 1 PEGI: 18 Prezzo: 39,99 €

PlayStationBit ha deciso di non valutare più, singolarmente, ogni singola uscita che forma titoli “a episodi”. Piuttosto, il corpo dell’articolo sarà aggiornato di volta in volta, di capitolo in capitolo, così come il voto, facendo una somma di tutto quanto visto finora.

In prima pagina troverete un paragrafo relativo all’ultimo episodio uscito, al comparto audio-visivo e ai trofei, mentre in quelle seguenti il nostro parere in merito a quanto già visto.

Quando uscì nel 2015, Life is Strange registrò un eccezionale successo di critica e di mercato che probabilmente qualcuno ancora non sa spiegarsi. La serie in cinque episodi sviluppata da Dontnod Entertainment seppe farsi largo nei cuori dei videogiocatori per un ingrediente spesso trascurato dalle grandi produzioni: le emozioni. Pur volendo criticare alcuni aspetti del titolo (la trama, l’elemento soprannaturale, il ritmo lento), nessuno potrebbe però negare la centralità dei sentimenti, trasmessi attraverso le vicende quotidiane di persone normali nelle quali chiunque potrebbe immedesimarsi. In questo senso, anche il potere di riavvolgere il tempo appare come un pretesto per esplorare le diverse vie del destino, i punti di snodo delle nostre vite e il senso di responsabilità crescente che sancisce il nostro salto dall’infanzia all’età adulta e alla piena maturità.

Forti di questo marchio di fabbrica ormai caratterizzante, come dimostrato dal successivo esperimento di Life is Strange: Before the Storm (a dire il vero sviluppato da Deck Nine Games) e del recente Le fantastiche avventure di Captain Spirit, gli sviluppatori tornano con un attesissimo sequel che, dichiaratamente, si inserisce nell’universo del suo predecessore per ampliarlo orizzontalmente, abbandonando Max, Chloe e Rachel e puntando l’obiettivo su personaggi e storie nuovi.

Episodio 4: Faith. Un passo indietro?

La nostra recensione del terzo episodio non aveva fatto mistero di un certo entusiasmo legato all’atteso decollo di una seconda stagione che, nelle sue prime battute, sembrava poco propensa a osare, se non addirittura a corto di idee. L’intero sviluppo di Wastelands faceva da cornice a un finale di capitolo davvero memorabile ed emozionante che aveva acceso grandissime speranze per il successivo. Anche il trailer di lancio di Faith, rilasciato pochissimi giorni fa forse a causa dell’altissimo rischio di spoiler per gli sviluppi che la vicenda ormai ha preso, parlava tra le righe di una storia dalle svolte potenzialmente impreviste.

Ci duole dover aprire questa recensione del quarto episodio segnalando come, a nostro giudizio, il passo in avanti compiuto con Wastelands sia stato seguito da un paio di passi indietro proprio con Faith. Parliamo di mancanze e scelte opinabili sia in termini di gameplay e interazione che in termini di narrazione, con un focus particolare su quest’ultima essendo il vero punto di forza di Life is Strange. Ma andiamo con calma.

L’episodio si apre con Sean, fortunatamente sopravvissuto all’esplosione del precedente capitolo, ricoverato in ospedale con una vistosa benda sull’occhio sinistro, ormai perso. A fare la guardia fuori dalla stanza c’è un agente, a testimonianza che la nostra fuga è ormai giunta al termine e che dovremo affrontare il processo e le conseguenze delle nostre azioni a Seattle, non appena ci saremo ristabiliti. Del piccolo Daniel nessuna notizia; è fuggito e risulta disperso, nonostante le ricerche dell’FBI.

Da buon fratello maggiore, Sean non accetta di lasciare il bambino in preda al suo destino. Non solo, ma leggendo alcune lettere e un diario riesce a farsi un’idea di dove poterlo trovare, passando per un amico conosciuto nelle foreste di sequoia. E’ questo l’inizio dell’episodio e di una nuova fuga solitaria, che porterà Sean attraverso le desertiche e interminabili strade del Nevada e che avrà esiti come sempre imprevedibili e piccoli colpi di scena che lasciamo scoprire a voi.

I problemi di cui parlavamo sono direttamente legati al tema del viaggio, predominante per metà episodio circa. Si torna alle sensazioni del primo capitolo, quando si camminava insieme a Daniel, con un ritmo che vuole sì riprodurre fedelmente la realtà, ma che nella pratica risulta lento e frustrante. Nel viaggio alterniamo fasi in cui assistiamo passivamente a lunghe cutscene e sequenze di gioco in cui possiamo solo camminare con un esausto Sean sotto al sole cocente, oppure esaminare alcuni oggetti e documenti per approfondire la storia. 

Nelle fase iniziali siamo protagonisti di una breve scena che potremmo definire stealth/action e verso la fine riprenderemo più direttamente il controllo della situazione, ma la grande maggioranza dell’episodio ruoterà intorno a lunghi dialoghi o sequenze in cui possiamo dire la nostra in modo davvero limitato. Se amiamo Life is Strange è perché sappiamo apprezzare lo sviluppo della trama, ma anche in questo senso non siamo rimasti colpiti in modo straordinario; ci sono spunti interessanti, svolte inattese o quasi, ma troviamo anche esiti prevedibili, scelte sbrigative e situazioni poco verosimili.

Prima di concludere segnaliamo altri tre aspetti che ci hanno fatto storcere il naso. I primi due sono legati al modo in cui alcune tematiche vengono trattate: senza fare anticipazioni antipatiche, basti sapere che in Faith si parla anche di razzismo e di omosessualità. Il problema è che vengono dedicati due blocchi narrativi ben delimitati ai due argomenti, quasi a far sospettare all’occhio attento la volontà di inserirli forzatamente e di puntare il faro su di essi, piuttosto che lasciarli tra le righe. In letteratura si dice spesso “show, don’t tell”, una regola narrativa nella quale ci aspetteremmo di trovare maestri in casa Dontnod e che invece viene disattesa in questi due frangenti.

Il terzo aspetto è il finale di episodio. Pur essendo emotivamente intenso, ricalca in modo fin troppo evidente quello del terzo episodio. La sensazione è che, consci del buon riscontro ottenuto da Wastelands, in casa Dontnod abbiano scelto di ripetere alcuni artifici narrativi per risollevare le sorti di un capitolo di cui loro stessi, ne siamo certi, devono aver riconosciuto la natura eccessivamente lenta e riflessiva. E’ vero che spesso è il finale a influenzare di più le opinioni, ma non possiamo lasciarci raggirare e dobbiamo ammettere onestamente la mediocrità di questo episodio. Manca ormai solo il quinto e ultimo, ma il giudizio complessivo su Life is Strange 2 si sta facendo piuttosto chiaro.

Realismo non fotorealistico

La grafica di gioco ha fatto sicuramente passi avanti rispetto al predecessore, pur mantenendo uno stile unico e riconoscibile. I modelli dei personaggi risultano realistici e nello stesso tempo arrotondati, morbidi, cartooneschi, come un perfetto ibrido tra un film con persone in carne e ossa e un lungometraggio di animazione. Davvero affascinanti le location di montagna, con scorci mozzafiato e ricchissime di dettagli, capaci di immergerci ancor di più nella storia e nel nostro personale viaggio. Altissimo livello anche per la colonna sonora, con brani inseriti sempre al momento più opportuno e pienamente capaci di espletare la massima funzione della musica, ossia toccare le corde dei sentimenti e dare più colore a tutta la storia. E’ difficile resistere persino alla tentazione di rialzarsi durante una scena in cui Sean osserva il cielo, semplicemente riflettendo.

Non manca qualche piccolo difetto tecnico. Abbiamo rilevato in particolare un paio di bug nel movimento di Daniel, che, ad esempio, si è teletrasportato istantaneamente da un punto a qualche metro di distanza mentre scendeva lungo un sentiero. Qualche leggero effetto pop-up sui dettagli delle ambientazioni di montagna, nella fase di caricamento di un paio di scene, e personaggi che parlano con un labiale solo accennato completano i poco rilevanti “segni meno” dell’episodio.

Trofeisticamente parlando: la solita storia

I trofei di Life is Strange 2 ricalcano quelli già visti negli altri giochi della serie. Niente di mancabile e niente di difficile, con trofei legati al completamento di un episodio, alla raccolta di collezionabili per personalizzare lo zainetto di Sean e alla realizzazione di disegni nel corso di ogni episodio. Parliamo di un set composto da trenta coppe di bronzo, quindici d’argento, una d’oro e una di Platino, per le quali potete consultare la nostra imperdibile guida.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
7/10
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Classe ’85, divido il tempo tra la moglie e i tre figli e le più svariate passioni. Amo la lettura, la scrittura e i videogiochi e recito dal 2004 con l'Associazione Culturale VecchioBorgo. Eterno bambino, amo la vita e guardo sempre allo step successivo, soprattutto se è più in alto del precedente.

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