PlayerUnknown’s Battlegrounds – Recensione

Sviluppatore: PUBG Corporation Publisher: PUBG Corporation Piattaforma: PS4 Genere: Azione Giocatori: 1 (Online: 2-99) PEGI: 16 Prezzo: 29,99 €

L’intero panorama videoludico negli ultimi anni, non è un segreto, è stato enormemente influenzato dal genere Battle Royale. Basti pensare all’immenso fenomeno mediatico che è Fortnite, il quale è riuscito e riesce tuttora a contagiare il pubblico più casual e trascinare tante altre compagnie a creare le proprie versioni della battaglia reale, tra cui la rivoluzionaria modalità Blackout in Call of Duty: Black Ops 4 e la modalità Firestorm presto in arrivo in Battlefield V, nomi di un certo spessore che non hanno saputo resistere al trend del momento. Ma il fenomeno non è partito dal successo di Epic Games, che anzi è stata ispirata dal titolo di cui vi parliamo oggi, PlayerUnknown’s Battlegrounds, capostipite del genere Battle Royale. Non proprio il primo titolo a sfruttarne l’idea, ma di sicuro quello che più ha saputo giostrarla al suo tempo.

Scaduta l’esclusività di appartenenza a Microsoft, PlayerUnknown’s Battlegrounds (da qui PUBG) è infine approdato su PlayStation 4, dando la possibilità agli utenti di Sony di stabilire un confronto appropriato tra tutti i giochi del genere presenti sul mercato (che valga la pena conoscere). Scopriamo insieme come si comporta PUBG su PlayStation 4.

Last man standing

Appena avviato, PUBG ci propone di creare il nostro avatar fornendoci una buona varietà di volti, capelli e abiti, dopodiché ci catapulterà nel menù principale, in cui potremo scegliere fin da subito di partecipare a una partita online, il cui scopo sarà metterci alla ricerca di un equipaggiamento adatto ad affrontare gli altri novantanove giocatori sul campo e sopravvivergli fino a essere l’ultimo rimasto, dando la giusta attenzione alla barriera blu e alla zona rossa. La barriera blu restringerà sempre più la mappa con il passare del tempo, mentre la zona rossa è un’area in costante bombardamento da cui è meglio stare lontani.

Il gioco lascia che sia il giocatore a scegliere l’approccio preferito, a cominciare dall’ansiosa scelta del dove paracadutarsi fino a decidere se gettarsi nella mischia per uccidere gli altri giocatori o starsene in disparte nascondendosi ed eventualmente camperare a più non posso, scelta poco eroica che potrebbe tuttavia decidere le sorti del proprio avatar. Nonostante il mondo intero si sia già particolarmente ambientato con il genere Battle Royale, è bene prima prendere confidenza con le meccaniche e i comandi del gioco partecipando a una partita di allenamento. Questa è strutturata in modo tale da garantirci completa immunità, mettendoci davanti numerose armi tutte da provare, senza tuttavia spiegare come muovere i primi passi né come funzionano le meccaniche di gioco. Questa è una conoscenza riservata a chi matura esperienza.

Come ogni battle royale che si rispetti, PUBG propone quattro modalità di gioco (ma solo al momento della stesura di questa recensione, perché gli sviluppatori ne hanno promesse di nuove): la classica partita in singolo, in coppia fino a due giocatori, in squadra fino a quattro e, dedicata ai professionisti, da solo contro squadre da quattro. Il gioco, per aggiungere un pizzico di varietà in più rispetto ai suoi rivali, mette a disposizione ben quattro mappe giocabili tutte diverse tra loro, scelta non da sottovalutare che renderà il gioco una continua scoperta.

Per un pugno di pallottole

Una volta paracadutati a terra ci si rende conto di quanto PUBG sia estremamente diverso rispetto alla concorrenza. E’ palese come il target del titolo non siano i giocatori occasionali, bensì gli hardcore gamer, i professionisti. Le partite, che durano all’incirca trenta minuti, sono lente in quanto condizionate dalle dimensioni spropositate delle mappe (che non sempre è un pregio, ma ci arriveremo dopo) ma al contempo realistiche, grazie alla gestione del time to kill, questa volta proposto in maniera più simile al reale che ci garantirà un’uccisione (o la propria morte) dopo due o tre colpi ben assestati. Realismo fortemente assistito dall’impossibilità di sapere tramite gli indicatori su schermo da dove i nostri avversari ci staranno colpendo, scelta sensata, ma che potrebbe risultare frustrante agli occhi degli utenti meno esperti.

Per questo si tratta senza dubbio del battle royale più tattico in circolazione; l’ansia di venire uccisi istantaneamente spingerà i giocatori a pianificare ogni mossa. Versatile anche nelle meccaniche di shooting, presentando un sistema di mira intercambiabile dalla terza alla prima persona e tantissime armi dalle caratteristiche ed estensioni differenti, quali i mirini laser, il calcio, caricatori aggiuntivi e tanto altro ancora. Carina la possibilità di svolgere missioni giornaliere e settimanali, che spingono spesso a cambiare tattica grazie ai corposi premi in punti esperienza e denaro, quest’ultimo essenziale per comprare nuove personalizzazioni per armi e capi di vestiario.

Mani sporche di sangue

Peccato come, sfortunatamente, in ambito tecnico e visivo il titolo risulti il più datato tra tutti quelli del suo genere; infatti i movimenti appaiono surreali e legnosi, la gestione dell’inventario è fin troppo scomoda, DualShock alla mano, e i comandi stessi sono estremamente macchinosi. Bisognerà giocare un bel po’ di partite prima di riuscire a prendere familiarità con la scocciante e per nulla intuitiva mappatura dei tasti. PUBG non riesce a superare i 30 frame al secondo, poco stabili soprattutto nelle aree affollate come la lobby (un’accoglienza non delle migliori, insomma), compromettendo non poco l’esperienza di gioco. Segnaliamo però un robusto netcode, che non ci ha mai fatto registrare alcun lag.

Ma anche l’occhio vuole la sua parte. Il comparto grafico è poco curato, punto a sfavore che PUBG non può permettersi essendo un’esperienza di stampo realistico. Le mappe saranno anche vaste, ma solo una piccola porzione di esse ha punti di interesse, la fauna resta statica, le rocce spigolose e gli edifici sono palesemente copiati e incollati sia nella loro struttura che nelle texture usate per gli interni.

Non si presenta, dunque, al massimo della sua forma il comparto visivo, specialmente a causa di un caricamento delle texture esageratamente lento e della sbagliata – mancata, in alcuni casi – traduzione di molti messaggi in-game (ma almeno è spassoso leggere sulle pareti messaggi come “el pollo es mio” scritto con il sangue). E’ stato d’altro canto svolto un lavoro certosino per quanto riguarda l’audio, in particolar modo i suoni verosimili dei movimenti e di quelli generati dalle armi.

Un lancio che potrebbe far trarre conclusioni affrettate, ma noi restiamo fiduciosi negli sviluppatori, che hanno sempre trattato con cura il gioco grazie al programma Fix PUBG e raccolto feedback sulle meccaniche di gioco future grazie al client PTS, una sorta di early access, al momento ancora offline, scaricabile anche su PlayStation 4.

Trofeisticamente parlando: winner winner chicken dinner

Il set di trofei di PlayerUnknown’s Battlegrounds conta ventiquattro trofei di bronzo, otto d’argento, cinque d’oro e un tostissimo Platino. Essenzialmente bisognerà vincere dieci partite, arrivare dieci volte in top ten senza nessuna kill e uccidere almeno mille giocatori nei modi più disparati, eliminandoli con le pistole, con i fucili da cecchino, servendosi delle armi silenziate (che sbloccherà il trofeo Agente 48, carina la citazione) e addirittura dei propri pugni e dell’iconica padella. Buona fortuna, ne avrete bisogno!

https://www.youtube.com/watch?v=bgwrB9qZZg0

VERDETTO

PlayerUnknown's Battlegrounds è un titolo valido che a suo tempo ha rivoluzionato l'intera industria videoludica. Il passare del tempo non ha spodestato il titolo dal trono di battle royale più tattico in circolazione, questo però comincia a sentire il peso degli anni a causa di un comparto grafico datato e una struttura di gioco particolarmente rigida. Abbiamo però fiducia negli sviluppatori. In conclusione PUBG è degno delle attenzioni ricevute, ma il suo essere estremamente hardcore ci spinge a consigliarlo solo a chi si sente particolarmente ferrato con il genere.

Guida ai Voti

Andrea Letizia
Cresciuto a pane e Crash Bandicoot, deve la sua conoscenza dell'inglese grazie a uno studio intenso dei dialoghi sottotitolati nei videogiochi. Grande amante degli action RPG e dei platform, dei cani e del wrestling.