Sviluppatore: Question Publisher: Question Piattaforma: PS4 Genere: Horror Giocatori: 1 (Online: 1-5) PEGI: 16 Prezzo: 24,99 €

Un pezzo di legno impaurito

I movimenti in The Blackout Club sono troppo innaturali, rigidi come un pezzo di legno. Si percepisce una certa lentezza generale, sia nelle nostre azioni che in quelle avversarie, ed è poco intuitivo nelle sue meccaniche. Il gioco si limita a sbatterci in faccia innumerevoli wall of text che fungerebbero da tutorial, ma così difficili da assimilare tutti insieme che è meglio andare di pratica sul campo.

Sceglieremo un’arma dal bancone della base prima di andare in missione, tra un taser, un rampino e una balestra, oggetti utili contro un’intelligenza artificiale per nulla all’altezza che ci farà sentire inarrestabili per la maggior parte del tempo. The Blackout Club controbilancia la deficienza artificiale con una pessima calibrazione dei movimenti. Spesso verremo sentiti perché non c’è modo di sopprimere il rumore dei nostri passi se non – reggetevi forte – camminando su superfici soffici come i tappeti. Ogni passo, anche se abbassati, sarà per i sonnambuli una sfilata con i tacchi.

Un pretesto sensato per rendere il gioco più complicato è la nostra incapacità di mettere KO un sonnambulo in un faccia a faccia, ma questo concetto muore dopo poche ore di gioco grazie al sistema delle ability card, potenziamenti da equipaggiare al nostro alter ego che potranno garantirci un quantitativo maggiore di punti vita, più resistenza (quindi lo scatto prolungato) o, per l’appunto, la capacità di mettere fuori combattimento un adulto affrontandolo a viso aperto. Queste carte sono sbloccabili con i punti esperienza ottenuti a fine missione e con il conseguente level up, che però non si limita alla progressione del personaggio, ma anche a quella narrativa. In poche parole, se non del livello richiesto, non potrete accedere alle altre aree del gioco, meccanica che già dalle primissime battute di gioco busserà alla nostra porta e ci costringerà a ripetere sempre la stessa area. Si parte con il piede sbagliato.

Stranger things

Il comparto grafico di The Blackout Club è terrificante… e non in senso positivo. La fisica dei corpi e degli oggetti è paranormale, i modelli dei personaggi, insieme al resto dell’ambiente, danno un senso di plasticoso, le animazioni sono legnose e improponibili soprattutto nelle cutscene e le collisioni sono mal calibrate. Di dubbio gusto le skin dei personaggi, che è possibile cambiare ottenendo gli snack a fine partita (la valuta di gioco). A dir poco tremenda, e menzionata prima, è la creazione del personaggio. I modelli a cui attingere sono solo due, un corpo maschile e uno femminile, e altrettanti i volti, ma solo femminili. Questa mancanza, unita all’impossibilità di scegliere dei tagli di capelli maschili, vi spingerà a creare, per forza, una ragazza.

Il titolo tenta di salvarsi in extremis con il doppiaggio, questo ottimo e convincente, ma si calpesta i piedi con i sottotitoli, impossibili da seguire perché smettono di andare a tempo quando si sovrappongono due dialoghi. Manca la localizzazione in italiano ed è anonima la colonna sonora, per non parlare della inesistente profondità dell’audio cuffie alle orecchie. E’ da premiare l’innovativo Enhanced Horror System, una meccanica particolare che registra la nostra voce e l’intensità dei nostri respiri nel corso del gioco per simulare la narrazione di un incubo dopo una missione con il nostro stampo di voce. Da paura!

Trofeisticamente parlando: a nanna, su

Il povero elenco trofei di The Blackout Club non si degna di avere alcun Platino, presentando solo nove coppe di bronzo, tre d’argento e una d’oro. Come vuole la natura del gioco, tanti trofei sono online e richiedono di vincere un certo numero di partite di fila, curare e rianimare un compagno di squadra, catturare uno stalker, accumulare cinquecento punti impersonandone uno noi stessi in una sola missione e massimizzare abilità e sacrifici. Una lista trofei non troppo spaventosa né duratura, se accompagnati dai giusti partner.