Don’t Touch this Button! – Recensione Speedrun

Sviluppatore: 9 Eyes Game Studio Publisher: Ratalaika Games Piattaforma: PS4 (disponibile anche per PS5) Genere: Puzzle Giocatori: 1 PEGI: 3 Prezzo: 4,99 €

Qualche enigma e un computer malvagio sono gli elementi principali della recensione Speedrun di Don’t Touch this Button! Il nuovo titolo di Ratalaika Games e 9 Eyes Game Studio ci avrà dato filo da torcere, oppure le nostre meningi sono troppo allenate per cadere vittima di questi tranelli?

Malvagità Artificiale

Don’t Touch this Button è un gioco molto semplice, con una trama ridotta all’osso. Nei panni di un misterioso personaggio ci si ritrova intrappolati in una struttura da cui fuggire risolvendo una serie di enigmi. Se tutto questo vi ricorda il mitico Portal, non preoccupatevi, perché le analogie tra i due giochi si fermano qui.

Dimenticatevi del pungente umorismo di GLaDOS, l’entità malvagia che controlla le nostre azioni in Don’t Touch this Button non interagirà mai con noi, se non tramite una serie di schermi. Tramite i display il computer fornisce una serie di “aiuti”: bastano però due degli oltre sessanta livelli per capire che questi sono sempre da interpretare al contrario.

Se ad esempio ci viene detto che non esistono muri illusori, dovremo cercarne uno, stessa cosa con eventuali codici o bottoni segreti. Lo scopo di ogni livello rimane comunque quello di premere un tasto per aprire la porta che conduce allo schema successivo. L’intera sfida si svolge in stanze anonime, in cui le pareti bianche sono spezzate da elementi verdi e finestre che danno su un esterno desolantemente spoglio.

Non toccare quel bottone

Don’t Touch this Button non offre una sfida in grado di stimolare i neuroni dei giocatori più esperti di puzzle game. L’intera avventura può infatti essere completata in meno di un’ora, senza la necessità di ricorrere ad aiuti o guide. Questa funzione non è peraltro presente nel titolo, dunque se doveste malauguratamente rimanere bloccati dovrete sfruttare suggerimenti disponibili su internet.

In ogni caso, come detto le prove sono davvero basilari, tanto che i singoli schemi non richiedono più di due o tre minuti ciascuno. L’assenza di dialoghi e di una vera e propria trama rendono inoltre l’intero gioco molto statico, tanto che non si vedrà l’ora di arrivare alla fine, salvo poi scoprire che non ci sono nemmeno sfide aggiuntive o prove secondarie. Tutto si riduce ai livelli della campagna, che non nascondono nessun segreto se non qualche schermo da distruggere.

Anche sotto l’aspetto tecnico Don’t Touch this Button non brilla per qualità. La visuale in prima persona accentua sia la grafica da vecchia generazione che elementi di design privi di mordente e sempre uguali tra loro. I comandi sono inoltre spesso imprecisi e non mancano compenetrazioni di solidi o elementi che scompaiono magicamente, obbligando a ricominciare il livello. La colonna sonora, infine, è totalmente dimenticabile e non ha nessuna traccia in grado di spiccare.

Trofeisticamente parlando: tocca la bacheca!

Il motivo per cui acquistare Don’t Touch this Button è il Platino che può regalare ai cacciatori. La lista trofei del gioco vanta solo quattordici coppe, la maggior parte delle quali d’oro. Per arrivare alla massima ricompensa basta morire in una serie di modi diversi, spaccare cinque schermi e ovviamente terminare l’avventura. Mezz’oretta di sforzi per arricchire senza fatica la vostra bacheca.

VERDETTO

I latini dicevano "nomen omen", frase che si adatta perfettamente a Don't Touch this Button. Non avremmo proprio dovuto toccare questo bottone, lasciando il titolo di Ratalaika Games al suo destino. Una grafica compassata, enigmi piatti e banali e l'assenza totale di una storia in grado di guidare il giocatore sono gli elementi che rendono questo puzzle game assolutamente trascurabile. Se leggendo la trama vi sono tornati in mente ricordi preziosi di Portal, vi suggeriamo di aggrapparvi alla vostra memoria e passare oltre, a meno che non siate alla ricerca di un Platino facile e rapido.

Guida ai Voti

Stefano Bongiorno
Nato e cresciuto in cattività, il giovane Stefano è stato svezzato a latte in polvere e Nintendo, cosa che lo ha portato con gli anni a dover frequentare svariati osteopati a causa delle deformazioni alle mani causati dall'uso di pad rettangolari. Oggi ha una certa età e scrive per il Bit, non perché abbia una scelta, ma perché altrimenti il boss Dario lo fustiga con le copie invendute di Digimon All-Star Rumble. Nel tempo libero si dedica occasionalmente al suo lavoro di commesso di telefonia e soprattutto alla caccia al Platino, con scarsi risultati.