Kingdom Hearts III – Recensione

Sviluppatore: Disney Interactive Studios, Square Enix Publisher: Square Enix Piattaforma: PS4 Genere: Action RPG Giocatori: 1 PEGI: 12 Prezzo: 69,99 €

Viaggiare è un’esperienza meravigliosa. Che ci spostiamo fisicamente, o anche solo volando con la fantasia, allontanarci dalla quotidianità è uno dei segreti per la felicità. E parlando di viaggi mentali, niente è in grado di stimolarli quanto un’opera di intrattenimento, realizzata dal genio di personalità particolarmente sensibili e creative e condivisa con il resto del mondo per diffondere, di fatto, gioia e libertà. Il mondo dei videogiochi, al netto delle critiche aprioristiche che riceve dai detrattori, ci ha deliziato in passato e continua a farlo anche nel presente con prodotti esemplari da questo punto di vista. Uno di essi si chiama Kingdom Hearts ed è proprio sull’ultimo capitolo del gioco, e più in generale sulla saga creata da Tetsuya Nomura, che ci prenderemo il permesso di spendere qualche parola in questa recensione. Senza spoiler e senza troppi tecnicismi, ma con un’analisi più generale e con un occhio di riguardo a chi non ha mai approcciato la saga.

Il viaggio, parlando di Kingdom Hearts III, è duplice. C’è quello fittizio che coinvolge i nostri beniamini, i nuovi eroi entrati nei cuori dei fan con una dignità e una potenza che nulla hanno da invidiare a personaggi iconici dei fumetti, delle serie TV e della letteratura: Sora, Riku, Kairi, i personaggi dell’universo Disney che li hanno accompagnati nelle loro peregrinazioni, quelli degli universi videoludici di Final Fantasy e The World Ends with You e persino i comprimari, se così si può dire, dei vari prequel e spin-off della serie principale. Poi c’è il viaggio reale, quello di noi videogiocatori, che abbiamo dovuto attendere anni per stringere tra le mani l’avventura conclusiva di un’epopea iniziata nel lontano 2002.

Anni scanditi da numerosi titoli di approfondimento della lore sparsi sulle più svariate piattaforme, anni trascorsi tra congetture e riassunti per non perdere il filo della mastodontica trama elaborata da Nomura, anni con il timore che invece una fine non sarebbe mai veramente arrivata. Invece Kingdom Hearts III è qui e il nostro viaggio personale e quello di Sora possono finalmente convergere in una storia unica e condivisa. Arriveremo alla fine e troveremo risposta alle nostre domande, forse per rimanere con un briciolo di tristezza, la stessa che accompagna la fine di ogni magica avventura. Sarà allora il momento di guardarsi alle spalle e vedere gli anni di attesa non più come una tortura, bensì come parte stessa del viaggio.

Kingdom Hearts II.9

Avevamo lasciato Sora debilitato dopo le vicissitudini vissute in Dream Drop Distance. Lo ritroviamo, nella prima sezione di gioco che prende il sottotitolo eloquente di Kingdom Hearts II.9, al cospetto di Yen Sid insieme ai suoi inseparabili compagni. Lo scontro con Xehanort non può più essere rimandato, ma proprio per questo Sora non può permettersi di restare nello stato in cui si trova. Mentre Riku, ormai diventato maestro del keyblade, porta avanti la sua missione al fianco di re Topolino e mentre Kairi e Lea si esercitano in compagnia di mago Merlino, il nostro eroe dovrà ritrovare la propria forza e in particolare il potere del risveglio. Solo così ci sarà speranza di richiamare Terra, Ventus e Aqua e di approntare l’esercito di Luce con cui affrontare la nuova Organizzazione XIII.

Inizia così il nuovo viaggio di Sora, che vede come sua prima tappa un luogo ben noto ai fan della saga. Proprio Hercules, infatti, può insegnare come ritrovare sé stessi e come far emergere la vera forza, che non è quella fisica ma quella del cuore. I nostri amici si dirigono al monte Olimpo e l’avventura di Kingdom Hearts III può avere inizio.

Sora, non cambiare mai

Iniziare l’avventura di Kingdom Hearts III significa ritrovarsi istantaneamente in un contesto familiare. Riprendere il controllo di Sora è un meccanismo naturale, proprio come ricominciare a pedalare dopo anni lontani da una bicicletta. Le meccaniche di base del gameplay non sono minimamente cambiate, motivo per cui i fan della serie potranno concentrarsi sull’evoluzione della trama e sulla meraviglia della scoperta di nuovi mondi e storie senza perdere troppo tempo nell’acquisire confidenza con i comandi di gioco. Nessun problema neanche per eventuali neofiti, considerando che non c’è nulla di complicato (permane la centralità del button mashing del tasto X, almeno per un approccio più superficiale al combattimento) e che le primissime fasi del gioco introducono con chiarezza al sistema di battaglia.

Non stiamo certo parlando di un banale “more of the same”, ma di una saggia scelta di sviluppo volta a mantenere i capisaldi della serie in modo da non snaturarla. A conferma di un disegno preciso in tal senso possiamo portare l’arricchimento delle mosse speciali, quelle attivabili in seguito al successo di combo in combattimento, capaci di conferire profondità e varietà tali da rendere ogni sconto unico ed entusiasmante. Oltre alle classiche magie, possiamo portare come esempi le mosse personaggio-specifiche (quelle realizzabili quando siamo nei pressi del protagonista di un determinato mondo, come Rapunzel o Woody e Buzz Lightyear), i Legami (ossia le evocazioni di personaggi con cui interagire per sferrare attacchi devastanti in mezzo a gruppi di nemici), il Fluimoto (la possibilità di muoversi liberamente anche correndo su pareti verticali e di approfittare, in battaglia, di elementi ambientali per attacchi unici) e soprattutto le Attrazioni (materializzazioni di cinque giostre classiche dei parchi di divertimento Disney, come le Tazze Pazze o la Nave Pirata, che risolveranno un bel po’ di situazioni in un’esplosione di attacchi e colori).

Ogni volta che compare un gruppo di heartless o che una sequenza video introduce il nuovo boss non possiamo che sentire un piacevole brivido, quello di chi pregusta una battaglia che, lungi dal risultare ripetitiva o limitante ai fini del ritmo di gioco, rappresenta l’essenza stessa del nostro viaggio videoludico. Grazie alla combinazione di attacchi semplici, complessi e di gruppo, grazie alle evocazioni di personaggi e attrazioni, grazie alla possibilità di passare istantaneamente tra un keyblade e un altro e di approfittare delle loro potenti trasformazioni, vivremo ogni combattimento con un piacere, un entusiasmo, un’esaltazione tali da giustificare, anche da soli, l’attesa pluriennale che ha preceduto la pubblicazione di Kingdom Hearts III.

Tra infanzia ed età adulta

Proprio come il gameplay, familiare è anche la struttura di gioco. Il viaggio di Sora e compagni tocca tanti nuovi mondi Disney, ampiamente e forse incautamente presentati in periodo promozionale, da raggiungere a bordo della fidata Gummiship. Ogni mondo introduce una storia a sé, che riprende quella del film di riferimento apportando qualche piccola e gradita modifica necessaria a integrarla con la presenza di Sora, Pippo e Paperino e soprattutto degli heartless. Con una buona commistione di cutscene e fasi di esplorazione e combattimento, viviamo storie nella storia che intrattengono, ma nello stesso tempo riprendono momenti chiave dell’epopea di Kingdom Hearts e preparano il terreno per il gran finale.

A tal proposito, perfettamente riuscita è la combinazione di due registri narrativi distinti. Da un lato abbiamo quello favolistico, infantile, colorato che racconta la scoperta di nuovi mondi e di nuovi amici da parte di Sora. Un Sora che, in queste fasi, appare come il bambino che abbiamo conosciuto nelle primissime sequenze sulle Isole del Destino di Kingdom Hearts: meraviglia, sorrisi, ottimismo, spirito di collaborazione e qualche buffa gag con Paperino rendono il nostro tempo insieme ai protagonisti magico, quasi una reminiscenza dei pomeriggi trascorsi con gli amici d’infanzia a creare mondi immaginari e a viverci avventure fantastiche.

Dall’altro lato abbiamo un registro più serio, maturo, minaccioso e inquietante, rappresentato dalla comparsa improvvisa di membri dell’Organizzazione XIII, la quale getta un’ombra sull’animo di Sora e di noi giocatori. Queste invasioni di campo dei nemici più temibili del gioco vogliono ricordare che il male continua ad agire e che lo scopo finale del nostro eroe è ben più arduo e oneroso di qualche semplice scontro con gruppi di heartless. Volendo estendere il ragionamento, questa contrapposizione luce/ombra, bene/male, gioco/responsabilità, per come è presentata, non suona come la trita riproposizione di un banale dualismo ideologico, quanto una vera e propria metafora dell’esistenza, e in particolare del passaggio da bambini ad adulti. Il che non è poco.

Giochi, giochi ovunque

Un tratto distintivo della serie di Kingdom Hearts sono i minigiochi che accompagnano e, in un certo senso, alleggeriscono l’avventura principale. Il terzo capitolo non è da meno in questo senso e offre una quantità di attività secondarie davvero sbalorditiva. Dai minigiochi nei mondi di Toy Story, San Fransokyo, Regno di Corona e Arendelle alla cucina di Remi di Ratatouille; dalle attività del Bosco dei cento acri alle sempre piacevoli battaglie spaziali a bordo della Gummiship; per finire con una vera e propria chicca rappresentata dai giochi del Regno classico, una raccolta di collezionabili giocabili che ripropone i videogame portatili degli anni ’80.

La maggior parte di queste attività è naturalmente facoltativa, ma la loro varietà e la loro quantità trasformano la già longeva offerta di Kingdom Hearts III in un vero e proprio parco divertimenti virtuale che non potrà che suscitare l’entusiasmo dei fan più sognatori. Il consiglio è in effetti quello di provare un po’ di tutto, di lasciarsi tentare e trasportare come bimbi a una fiera di paese, di vivere al massimo e senza fretta l’esperienza quasi onirica che Tetsuya Nomura ha confezionato per noi e che, in fin dei conti, non vogliamo aver atteso tanto per poi bruciarla in una manciata di ore.

Oltre il videogioco

Tornando a un concetto espresso prima, ma che è uno dei motori più potenti della saga di Kingdom Hearts e del terzo capitolo in particolare e uno dei segreti del suo successo trasversale, non possiamo non vedere il gioco come un ponte di collegamento tra infanzia ed età adulta, in senso sia orizzontale che verticale. Orizzontale, perché mette a contatto giocatori di età diverse accomunati dalla passione per le avventure di Sora, e verticale, perché riavvicina il nostro lato adulto e quello più fanciullesco, che sempre risiede dentro di noi. E a tutti ha qualcosa da insegnare: a noi, a non dimenticare mai la magia del sogno e dei voli di fantasia; e ai più piccoli, a prendere a cuore temi come il perseguimento del bene, l’amicizia, il sacrificio e l’unione delle forze per un obiettivo comune.

Che Kingdom Hearts III si rivolga a un pubblico ampio, forse ancor più che con le iterazioni precedenti, è deducibile dal livello di difficoltà che sembra essere stato rivisto verso il basso. In modalità Standard la nostra progressione è pressoché lineare, con una sfida sempre commisurata al livello di Sora, motivo per cui il grinding per livellare non si rende quasi mai necessario e la frustrazione di morti ripetute non è da mettere in conto. I fan più esigenti possono comunque impostare la difficoltà superiore e rinunciare, ad esempio, a spendere determinati punti abilità per non essere eccessivamente agevolati. Come già detto, inoltre, a fare la differenza è anche la scelta di ognuno di combattere in modo ripetitivo, o esplorando le mille possibilità offerte dal menù dei comandi. Siamo in parte artefici delle sensazioni che il gioco ci può trasmettere, insomma.

Una domanda da un milione di dollari

Per concludere, proviamo a rispondere a una domanda difficilissima: Kingdom Hearts III può essere giocato da chi non ha mai provato un capitolo precedente? Fermo restando che, tempo permettendo, recuperare le due collezioni arricchirebbe infinitamente l’esperienza, la risposta è sì, per vari motivi. Il primo è che Square Enix ha messo a disposizione alcuni video-riassunti piuttosto chiari, da usare in abbinamento a compendi e video in rete per mettersi alla pari. Il secondo è che il gioco stesso aiuta a inquadrare la situazione, nel limite del possibile, con sequenze esplicative piuttosto delucidanti. Il terzo, e più importante, è che un titolo così denso è un’opera chiave, sia in senso videoludico che in senso artistico, e non giocarla vorrebbe dire non esplorare i territori stupefacenti che il gaming può raggiungere. Non giocarla vorrebbe dire non trovare un elemento fondamentale per definire l’annosa questione, se i videogiochi possano essere considerati arte, almeno nella sua accezione di opera creativa che non solo intrattiene, ma emoziona e insegna.

Giusto per non essere troppo mielosi e trovare anche i punti deboli della produzione, spendiamo due parole per segnalare un’eccessiva frequenza e durata delle cutscene in certe sezioni, nelle quali il combattimento di un gruppo di heartless perde forza perché si inserisce tra due lunghe sequenze video. Anche il ritmo ne risente, perché proprio mentre siamo nel pieno dell’esaltazione da battaglia veniamo interrotti per diventare semplici spettatori di una scena che magari già conosciamo a memoria per averla vista nel film Disney.

Così bello da sembrare… Unreal

In un titolo come Kingdom Hearts III l’aspetto grafico ha un ruolo fondamentale. Fortunatamente non rimaniamo delusi neanche sotto questo punto di vista: l’Unreal Engine 4 ci restituisce Sora e compagni lasciandoci a bocca aperta, solo per meravigliarci ancor di più quando osserviamo gli ambienti che fanno da sfondo all’avventura. Una cura dei dettagli maniacale, una riproposizione di personaggi e scene Disney che ci portano all’interno dei nostri film di animazione preferiti, un carnevale di effetti audiovisivi, colori e scorci che compiono un passo avanti verso il realismo pur senza tradire la necessaria impostazione cartoonesca. Solo un piccolo appunto sulla gestione della telecamera, non sempre amichevole.

Il comparto audio non vuole essere da meno. Tra le composizioni di Yōko Shimomura e le melodie dei lungometraggi Disney Pixar (con una nota per il mondo di Arendelle, che è un’esplosione di emozioni), passando per un doppiaggio in lingua inglese magistrale e ben comprensibile a chi ne mastica un po’, restare indifferenti significa… non avere un cuore.

Trofeisticamente parlando: un Platino meno esigente

Il Platino di Kingdom Hearts III, per il quale vi abbiamo fornito una guida in anteprima nazionale al day one che stiamo curando e ampliando di giorno in giorno, richiede una serie di azioni piuttosto familiari come il completamento dei vari mondi e delle varie sezioni del Gummifono, utili per esplorare e scoprire a fondo tutti i segreti del mondo di gioco. Non mancano coppe legate ai numerosissimi minigiochi e altre volte a variare l’esperienza di combattimento, così come i classici collezionabili e l’aumento di livello per Sora. Nel complesso risulta comunque una strada meno esigente rispetto ai titoli precedenti, se non altro perché è sufficiente una run, non ci sono mancabili e non è richiesto giocare al livello di difficoltà più elevato.

VERDETTO

Kingdom Hearts III è la perfetta conclusione di un viaggio epico e il perfetto prodotto videoludico atteso dai fan di lunga data. Il tutto anche e soprattutto esulando dagli sviluppi della trama, dalle risposte che verranno date e dalle nuove domande che potrebbero sorgere. Kingdom Hearts III è quel che doveva essere, un titolo che si arricchisce senza tradire le proprie origini, che ci dà quel che ci aspettavamo e che ci grida a gran voce che il viaggio è molto più importante del raggiungimento della sua meta. Sempre che il bambino in noi accetti di ascoltarlo.

Guida ai Voti

Jury Livorati
Classe ’85, divido il tempo tra la moglie e i tre figli e le più svariate passioni. Amo la lettura, la scrittura e i videogiochi e recito dal 2004 con l'Associazione Culturale VecchioBorgo. Eterno bambino, amo la vita e guardo sempre allo step successivo, soprattutto se è più in alto del precedente. Sono grato a PlayStationBit per avermi fatto scoprire la (sana) caccia ai trofei e i Metroidvania.

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